venerdì 9 maggio 2014

Un amore di peluche



Tondo, decisamente un volto rotondo. Ecco magari leggermente ovale verso il mento, sembra proprio un palloncino. Altre sporgenze non ce ne sono: gli occhietti, le orecchie piccole, il nasino di un centimetro appena e leggermente all'insù di certo non superano la linea circolare delle guance, tonde anch'esse. La forma degli occhi ben si adatta alla perfetta ovalità del capo, anch'essi hanno una forma a palloncino o meglio, a mandorla. Il suo nome è orientale come lei, giapponese per essere precisi. E' molto selettiva nello scegliere con chi ballare, e molto spesso l'ho sentita dire dei "No" con voce chiara a chi non aveva saputo raccogliere la chiara indicazione inviata dai suoi occhi orientali. Lavorava in banca, 12 ore al giorno, a Tokio naturalmente: poi un giorno ha deciso che quella vita era troppo stressante per lei, ed è venuta a vivere in Italia, da sola. Peserà dai 35 ai 40 chili, ma tutti di carattere e coraggio a quanto pare. Per le prime 3 volte che ci siamo visti, non abbiamo ballato tango assieme. E’ come se ci fossimo un po' studiati: la quarta volta, ho notato che mi guardava e l'ho invitata, e così abbiamo ballato il nostro primo tango. Partendo dal presupposto che ballo quattro o cinque sere a settimana da 5 anni almeno, il fatto che mi ricordi ancora bene di quel tango e di quelli poi successivi in effetti mi ha colpito. Ricordo di averne parlato anche con  un amico subito dopo a caldo, di quanto quell'esperienza mi avesse colpito nel profondo.

Ora proverò a cercare delle parole per descrivere quel che è successo, anche se non credo che in realtà ci riuscirò. 

Allora.. Lei è minuta come anticipavo, 1 metro e 65 circa con i tacchi: ma sa far sentire la sua presenza fisica, profumata e delicata. Accetto quindi l'incoraggiamento, mi avvicino al suo tavolo al quale mi ha invitato con lo sguardo, le dico “Ciao” e le propongo di entrare tra le mie braccia. Non lo so se vorrà abbracciarmi o tenermi a debita distanza. Per questo, non l'abbraccio "d'ufficio" e parto con dei passi di ballo: lascio che per alcuni secondi lei si accomodi nell'abbraccio che le propongo come desidererà o come vorrà farlo, cercando di rispettare i suoi tempi e i suoi modi.
Per fortuna si avvicina e mi abbraccia, anche se un po' intimorita dallo straniero di un altra etnia con una struttura corporea decisamente più robusta. Io sono contento che lei abbia accettato la mia accoglienza, e per farglielo capire l'avvolgo tra le braccia col rispetto, la delicatezza e la protezione che userei per tenere in mano un fiore, e come tale la respiro.

Vorrei provare ad avvolgermi in un tango con lei, e per fare questo utilizzerò tutti e cinque i miei sensi più l'anima, naturalmente. Così dopo pochi passi di studio e di conoscenza reciproca, comincio a chiederle, solo con l'anima naturalmente, come le piacerebbe essere guidata. Se preferirebbe ricevere dell’energia, del supporto, se le servono degli spazi per fare degli adornos, se vuole essere ascoltata, seguita o le piace che le si indichi una direzione con sicurezza. Da subito, intuisco che non gradisce 'ordini', marche nette e senza possibilità di interpretazione da parte sua. Piuttosto è meglio uno 'sbaglio' un incomprensione fatta assieme, dovuta al reciproco ascolto, che una marca buttata lì con arroganza. Intuisco anche che questo  avrebbe interrotto la comunicazione, forse per sempre. Poi, visto che non ha timore delle mie piccole pause, oso un po' di più: approfittando di qualche momento più dolce della musica, temporeggio qualche secondo in un abbraccio vero, più che in un passo, per vedere come reagisce a questa sensazione e per lasciare parlare lei in quegli istanti, dentro l'abbraccio. Ipotizzo le risposte che mi possono arrivare, del tipo: "Chi sei tu per abbracciarmi..? Scostati pure..", o "Dai, fammi fare dei passi che ho voglia di muovermi..", o "Ed adesso che figura mi sta chiedendo..? Cosa vuole che faccia questo..?", oppure "Oddio questo tango si sta facendo troppo personale, cosa vuole costui da me?!?".  Oppure: "Va, bene. Ascoltiamo quest' incanto d'un brano assieme. Daccordo anche un po' accoccolati", o "Vorrei che ci mangiassimo vivi a vicenda.." oppure  "Oh! Finalmente un attimo di tregua da tutta questa frenesia del correre..", o altre cose di questo genere.  

Ed invece, ma l’avevo solamente letto su un libro, riguardo alla sensibilità delle donne orientali verso i piccoli dettagli, mi trovo come davanti ad una delicatezza di ascolto infinita, di cui non riesco a intravedere i confini. Questo improvvisamente mi provoca una forte vertigine,  ed è quella che oggi ancora ricordo. Quando per esempio ci si trova su un aereo, con il paracadute sulle spalle, e ti viene detto di lanciarti, hai due scelte, puoi rifiutare o provare. E non c'è da stupirsi se qualcuno non se la sente! Fa paura il vuoto, l'incognito, ed anche tanto! Ma io che ho un'età troppo avanzata per rimandare il vivere ad un altro giorno, mi butto: in realtà forse non aspettavo altro. Non credo che morirò per una scarica di adrenalina, e forse magari mi renderà un po' più vivo.

E così ammorbidisco ancora di più l'abbraccio, le lascio ancora più spazi per esprimersi: le offro un luogo dove ballare, giocare ed essere se stessa, all'interno del cortile costruito dalle mie braccia che ora pare abbia deciso abitare. E così continuando a sfiorarmi sempre più delicatamente con il suo viso tondo, delicato e senza sporgenze, mi comunica tutto quello che ha da dirmi sul come le piacerebbe essere trattata, solo lisciandomi appena col capo come due gatti. Arriva ad accarezzarmi quasi solo con il sopracciglio, sfiorandomi vicino alla tempia, poi verso lo zigomo e quindi in direzione delle labbra, pur sempre mantenendo quel delicato contatto sia fisico che mentale, ma con la dolcezza di un peluche. E quando poco dopo faccio qualcosa di diverso, come una figura un po' più viva o una variazione di energia, sento che apre gli occhi e mi guarda da vicinissimo: ed anche se non la posso vedere perchè è troppo vicina, sento però il battere delle sue ciglia veloci e soffici  solleticarmi il viso come le ali di una  farfalla. Quasi a chiedermi: "E’ quello che volevi..?".

Mi viene tanto da sorridere da dentro, per tutta quella tenerezza,  delicatezza e ascolto. Stento a credere che stia accadendo davvero, e che lo stesso pensiero, fatto senza neppure scambiare una parola, sia lo stesso linguaggio che sta trasmettendo lei. Finito il tango, sorridiamo molto entrambi, ma comunicare a voce è quasi impossibile, sono pochi mesi che vive in Italia, ed il giapponese è molto diverso dal complicato italiano. Non importa, ci rivedremo e comunicheremo ancora.

White Clay

venerdì 5 luglio 2013

Quando sta succedendo tutto questo?


Quando sta succedendo tutto questo..?

Ora. 

Scrivo e sento la soffice  e ticchettante pressione dei tasti sotto i miei polpastrelli: è questo l'attimo che sfugge? L'essere qui con la mente ora esattamente in quest'istante, sorprendermi mentre sto pensando?  Fa paura, da una vertigine.. Poter essere liberi di pensare qualunque cosa, di poter fare qualunque cosa, di poter iniziare a trasformare la propria vita a partire da ora. Avere la consolidata paura di non avere il coraggio di fare nulla, nulla di vero, nulla di pericoloso, nulla di veramente attivo, perché finora è andata bene così. Restare nella zona di confort, non fare nulla di insolito: forse è solo paura di non farcela. E quando sto prendendo questa decisione?  Ora.

Sono abbracciato ad una ragazza bellissima che non conosco, come se fossimo due fidanzati che si sono rincontrati dopo tanti anni di pensieri, di rimpianti e di desideri. I nostri corpi sono così attaccati che è quasi una questione sessuale, se non fosse che noi ballerini dovremmo essere già abituati a tanta presenza. Le nostre guancie sono così appoggiate che baciarsi sarebbe il naturale continuo di quella delicata carezza tra i volti. C'è la musica in sottofondo, è la musica del tango, e noi stiamo volando in ronda come due amanti, cuore a cuore, viso a viso, abbraccio dentro abbraccio. Lei mi accarezza col suo palmo caldo la parte posteriore del collo poco sotto la nuca, ed a me viene da piangere, mi scalda il cuore e l'anima da dentro. Vedo il mondo scorrere dalla cornice che ora lei mi sta offrendo, dal lato dei suoi neri profumati capelli lisci. Voliamo ed io guardo dal finestrino offerto dal suo profilo, dal collo là dove si congiunge con la sua spalla di velluto: il profumo ed il calore ce li mette lei, la musica l'orchestra, l'anima di sicuro ce la lascio io. Quando sta succedendo questo..? Ora.


Hanno appena iniziato il giro per distribuire le bibite e le merendine, ma nessun segnale di allarme si è acceso. Sul volo AZ1645  Roma-Bari  delle 16:45 del 5 Maggio nessuno tra le hostess e gli steward sospettano di niente. Improvvisamente con un sussulto, viene a mancare la sedia da sotto ciascuno dei passeggeri, il pavimento da chi è in piedi. Ora la gravità non funziona più, o peggio funziona male.. L'aereo ha cominciato una specie di avvitamento che sposta il concetto di basso continuamente ed un po' in tutte le direzioni. Sembra un film sui disastri aerei, dove pochi istanti prima tutto è calma piatta e poi dopo un millisecondo ci si trova a vivere dentro la catastrofe. Immediatamente ci si guarda negli occhi con gli steward, il panico scocca da sguardo a sguardo come la scintilla incendia il granello di polvere da sparo al suo fianco, con una velocità esplosiva. La lucidità raggiunge i massimi livelli, assieme alla paura. Quando sta succedendo tutto questo? Ora.
Tutto rientra, come le hostess e gli steward che ora ripiegano barcollanti e un po' zoppicanti verso la cabina di pilotaggio per cercare di avere qualche spiegazione.


Vedo distintamente il bianco degli occhi là dove incontra l'azzurro dalle sue iridi, il suo sguardo come un laser si è agganciato col mio. Quando sta succedendo tutto questo? Ora. Istanti così veri che rimangono incisi nell'anima per sempre. Mi dice, adesso con la voce, che devo essere più distaccato, e non devo sempre e solo pensare all'altra persona prima: così non va bene, non funziona. Che essere troppo rispettoso non va bene, perché la parola 'troppo' è sempre il problema.  Non so come abbia fatto in pochi istanti a concentrare tutta una vita, la mia vita, in così poche parole. Forse, solo chi ha amato davvero e poi perso, può esprimersi con così desolante sincerità.
Mi chiede se voglio provare le sue scarpe, è sincero, vuole aiutarmi ad aiutarmi. Lui rimane con le calze di cotone a strisce colorate, mi segue e mi guida nei miei passi. Non ha problemi a rimanere scalzo lui, il numero uno al mondo, davanti a me per aiutarmi. Lo fa perché è un uomo grande, e gli uomini grandi non hanno paura di sembrare umani: mai. Anche se è il più famoso artista nel tango a livello mondiale, sa che essere vero e sincero  qui con me ora, vale di più di tutta la celebrità e la vanità di questo mondo. Mi assiste e mi guida come il fratello che non ho mai avuto, mi provoca: mi informa che non mi parlerà di tango oggi, non mi insegnerà ne passi ne postura, mi parlerà di me. Mi dice che anche se sono italiano lui apprezza profondamente il mio rispetto per la nobile arte del tango: per questo mi parla di me e di quello che non funziona dentro la mia anima. Il suo nome è Javier Rodriguez.

Ed adesso, mentre sto guardando questo schermo e posso cominciare a cambiare la mia vita a partire da ora, quando sta succedendo tutto questo..?

White Clay

mercoledì 16 gennaio 2013

Laja





E poi vedi, a volte alzi lo sguardo da un piatto di bistecca fiorentina fumante, e poco dietro la bottiglia di chianti Grignolo e qualcun'altra di acqua minerale c'è Laja ed altre due persone che parlano Sloveno. La persona Slava al mio fianco si chiama Sasò ma si pronuncia 'Sasciò'. E praticamente un fiero guerriero biondo e colto dal fisico possente e dalla mentalità aperta, limpida, europea e dall'inglese fluente e simpatico. Della signora Slava di fronte a me invece praticamente non ho memoria, si comporta quasi come un complemento d'arredo: forse le hanno insegnato così. Si presenta quasi fosse una figurina british da esporre all'ora del the, per avere una conversazione molto mite ed una opinione incredibilmente ordinata e religiosa da accompagnare coi biscotti. Ah, e poi ci sono anch'io naturalmente, italiano tra italiani, in mezzo alle colline che circondano Firenze. Non ho idea di quale sia il nome o la posizione del paese in cui ci troviamo, hanno guidato gli slavi nel venire qui, e loro pare che siano più a casa di me in questa terra.

Laja è ufficialmente carina, anche se l'età (credo sia vicino ai 40) ed il carattere diciamo molto 'autoctono' penso che la stiano allontanando un poco dal mondo e dalla freschezza. E' una ballerina di tango notevole, piacevole e suadente, deve aver investito parecchio tempo per prendere la forma e la consistenza di questo ballo: le sue potenzialità sarebbero molto alte, ma c'è un 'mah': ahimè, c'e' sempre un 'mah'. Me n'ero accorto più razionalmente credo già ieri sera, durante il nostro secondo ballo, ma forse anche prima, però di sicuro l'avevo voluto ignorare. Laja è molto intelligente, direi sicuramente molto più di me; inoltre è donna ed ha un potente istinto che le fa da consigliere quando lo desidera. Mi diceva l'altro ieri al bar che è stata 2 anni in Cina, da sola come esperienza di vita e per imparare il cinese. A dire il vero non c'è andata da sola, c'era andata con un ragazzo, ma dopo poco hanno cominciato ad odiarsi l'un l'altro e così hanno deciso di continuare il loro viaggio nella sperduta Cina separatamente. Però non bisogna pensare ad un viaggio di piacere, ad una vacanza in un resort o in un hotel. Praticamente con pochissimi soldi, facendo spesso l'autostop ed essendo ospitati da famiglie contadine che non avevano ne l'acqua corrente ne l'elettricità, ma che però almeno di solito, si premuravano di nutrirla, magari anche condividendo con lei riso e larve e quel poco che avevano.
Questa cosa, lo confesso mi ha colpito.. come mai una bella e giovane ragazza come lei (al tempo lo era anche di più), decide di tuffarsi nel rischio di un viaggio con così tante incognite e pericoli? Non lo so e non credo che avrò mai una risposta a questa domanda: probabilmente poi tra l'altro la risposta non sarebbe neanche una soltanto. Quello che posso osservare però è il risultato: non ha paura stare tra la gente, non ha paura di essere sola, sa di bastare a se stessa. Sa di essere intelligente e di potersela cavare in situazioni in cui molte altre persone non ce l'avrebbero fatta. Ha paura del governo, di qualunque governo, poiché ha visto che cosa possono fare. Perdere un uomo per lei (che è appena uscita da una relazione di 4 anni) vuol dire che ce ne sono altri 1000 da scegliere, non è un problema. Organizza un festival di tango a Lubiana in Slovenia, ed è un idea sua: là il tango non va molto ma lei sta cercando di importarlo. Ma torniamo al 'mah', quell'insidioso 'mah'. Mica è facile descrivere un 'mah': sono solo tre lettere ed una di queste è addirittura un 'h', ma ci proverò lo stesso..
Allora, diciamo che "un tarlo" che l'attanaglia l'ho incontrato un paio di volte, nel breve tempo che abbiamo trascorso assieme. La prima volta che non ho potuto non vederlo, lei era nella semi oscurità di una milonga e mi guardava da dietro una colonna. Nel linguaggio del tango guardare una persona di sesso opposto all'inizio di una tanda, vuol dire: "Vienimi ad invitare e balleremo". A questa disponibilità l'uomo, se desidera condividere il prossimo ballo con lei, risponde con un cenno del capo chiamato 'cabeceo': e se a questo gesto lei corrisponde con un sorriso l'accordo è fatto, il contratto è stipulato,  l'uomo parte, va da lei e balleranno assieme almeno per i prossimi quindici minuti. Ma lei invece, mi guardava e si nascondeva dietro la colonna alternativamente con un ritmo lento e pensieroso. Tutti i bambini del mondo lo fanno, ti guardano e poi si nascondono: ma dopo essersi nascosti dietro un muro per esempio, ne riemergono con un sorriso come a dire: "Rieccomi!!".
Ma lei no, non sorrideva, era incredibilmente seria e triste e praticamente senza espressione.. Come per dirmi "Ti sembra di vedermi? Ma tu non mi vedi, vedi solo un esterno, una facciata: ma non puoi sapere chi sono io, cosa mi porto dentro e a dietro: solo stai guardando qualcuno che ti si può nascondere in qualunque momento, se lo vuole, e tu non puoi farci niente".
Al mio secondo o terzo tentativo di cabeceo, al quale lei si continuava a nascondere e riemergere da dietro la colonna sempre continuando a guardarmi senza espressione, ad un certo punto ho pensato di girarmi per vedere se c'era qualcun'altro dietro di me a cui stava puntando: ma ero solo in quella direzione, guardava proprio me. Alla mia richiesta di ballare a distanza con il segno convenuto, lei continuava a guardarmi con occhi fissi, senza battere ciglio ne cambiare espressione, quasi una maschera di cera. Poi è arrivato un tale che conosceva ed ha interrotto quel teatrino, ed è quasi stata costretta ad accettare di ballare con lui, oppure semplicemente si era stufata di quel gioco. E questa diciamo che era la 'm' del 'mah'.

La 'a' invece l'avevo intravista durante un nostro tango. Lei è abbastanza preparata, lo riconosco, ma non è una ballerina perfetta: ogni tanto perde l'equilibrio, non in maniera clamorosa certo, ma è percettibile ed ha bisogno di appendersi un attimo al ballerino per recuperare il suo asse. Inoltre con le gambe non è molto veloce, è necessario che chi disegna la sua coreografia attenda i suoi tempi, perché lei non accelera neppure se ci starebbe bene un controtempo in quel preciso momento del brano. E' come se dicesse: "Nessuno mi può dire quel che devo fare e a che velocità vuole che lo faccia, io comando nella mia vita e questo deve essere molto chiaro fin da subito". Ma nel tango, che è un gioco (qualcuno dice quasi una metafora della vita) funzionerebbe se uno dei due conduce e l'altro segue. Non è questione di sesso, ed in certe occasioni ci si può scambiare i ruoli tra chi segue e chi guida. Però non funziona se tutti e due conducono o se tutti e due seguono, semplicemente non funziona. E non funziona neppure se uno conduce male e l'altro non ha voglia di seguire: risulta un tango disarmonico, forzato, fastidioso anche solo per chi guarda, un po' come certi matrimoni che non si sa bene che cosa li tenga assieme. Chi può dirlo, forse servono solo per far vedere "agli altri" che non si è soli, scartati, mentre tutti gli altri ‘lottano in pista’. Però una ballerina esperta che voglia presentarsi bene ad un coreografo lo sa che non deve imporre la sua coreografia come primo approccio, si partirebbe già col piede sbagliato, ed ecco la 'a'.
Ed ora arriviamo finalmente alla temuta 'h'. Lei è lì seduta su una sedia a bordo pista, evidentemente non c'è nessuno con cui le va di ballare, altrimenti solo ad un suo sguardo chiunque correrebbe ad accompagnarla: ma lei è estremamente selettiva. Non le piace la musica, non le piace il musicalizator, non le piace stare da sola: non le piace stare in compagnia, non le va che le si parli mentre è a caccia. Ho controllato sul dizionario, hunting in inglese (perché è in questa lingua che comunichiamo) vuol proprio dire caccia. Mi sembra proprio di capire che le prede ora siano i maschietti, vestiti da ballerini visto il contesto in cui ci troviamo. Il solo fatto di averle chiesto "tutto ok?", visto che aveva quell'aria sconsolata/scocciata l'ha turbata ulteriormente, non si può disturbare chi è intento a cacciare. Neppure con una superflua chiacchiera fuggevole. Poco importa se la sessione di caccia durerà 5 ore: nella battuta di caccia non si parla, punto e basta. Poco dopo passo davanti ad uno specchio, e realizzo.. Anch'io sono un maschietto e sono vestito da ballerino come tutti gli altri.. Improvvisamente mi sento nel gruppo, ed avendo come molti altri una camicia gessata, altri invece pantaloni gessati, sembriamo un po' quasi un branco di zebre: il predatore a lato. Realizzo: ma allora anch'io sono una preda, una delle tante. Una di quelle già assaggiate magari, forse neppure una delle più sgradevoli, ma però ora il mio tempo è finito. Abbiamo già fatto un paio di balli questa sera, ed è più di quanto abbia concesso a qualunque altra preda, e questo mi ha tolto la possibilità di avere la sua attenzione finché staremo li. E' bene inoltre, che io lo capisca molto alla svelta, prima di rischiare di diventare antipatico. Io sono felice perché sono venuti dei cari amici a trovarmi dalla mia città, come le avevo accennato la bar qualche ora prima, e mi verrebbe spontaneo presentarli: ma dallo sguardo e dal tono di voce capisco che non è aria, è come se mi dicesse: "Non hai capito, non si parla durante la caccia". Ed ecco l'h'.

Ecco fatto. Ecco 990 parole per spiegare solo 3 lettere: 'mah'. Però ora tutti questi ragionamenti possono tornare là dov'erano, cioè nella mia mente. Ed io posso tornare con la mia presenza esattamente la dove eravamo partiti, alla tavola di quel ristorante sconosciuto, in mezzo a quel paesino toscano di cui non conosco il nome. Ora sta arrivando la torta al cioccolato, ed io al momento mi sento una preda con dessert a fianco.

White Clay

venerdì 16 dicembre 2011

Il mio capo

Il mio capo ha la macchina grossa: ha il Passat nero ultimo modello. Il mio capo ha i soldi: probabilmente in banca ha molti soldi. Il mio capo non si preoccupa di quanto costa il gasolio o il gas da riscaldamento. Il mio capo quando legge sul giornale degli aumenti delle cose, di nascosto sorride. Il mio capo ha una moglie grassa, il mio capo è grasso. Il mio capo non pranza mai, non ne ha il tempo, al massimo un pacchetto di crackers in piedi. Il mio capo non mangia bene neppure quando torna a  casa, a sua moglie non piace cucinare. Il mio capo ha un'intolleranza alimentare, per questo è grasso, ma non ha tempo per farsi curare. Il mio capo non esce la sera a bere una birra con gli amici perchè ha una famiglia. Il mio capo ha una bambina di cui è vittima  e non lo lascia dormire mai. Il mio capo è una brava persona. Il mio capo non va con le donne, è troppo bigotto. Il mio capo non gioca d'azzardo, non è uno stupido. Il mio capo lavora 13 ore al giorno e spesso anche il sabato e la domenica. Il mio capo non va al cinema la sera, è troppo stanco. Il mio capo non fa l'amore, è troppo grasso e stanco quando torna a casa la sera. Il mio capo non guarda neppure un bel film sul divano dopo cena, ha una famiglia che chiede molto da lui. Il mio capo non si ferma dieci minuti in più dopo pranzo per fare due chiacchiere coi colleghi e farsi una risata.  Il mio capo affronta i fornitori, le tasse e gli ispettori del lavoro, e per lo più rimane ancora una brava persona. L'unico vizio che ha il mio capo è quello di giocare con il suo IPad, ed infatti fa finta che non lo stava usando quando entro nel suo ufficio. Dal mio capo nessuno va  per chiedere come sta, solo per domandare o lamentarsi di qualcosa. Il mio capo spesso è preoccupato. Sono contento di non essere il mio capo.

White Clay

giovedì 11 agosto 2011

Angeli

Lei è completamente nuda, ma sembra vestita di tutto punto nel suo passo felino di donna. Si siede sul letto al suo fianco e sono entrmabi tiepidi e profumati. Ognuno è appena entrato a far parte un pò del profumo dell'altro, hanno appena finito di fare l'amore come se si fossero cercati da mille anni ed ora finalmente ritrovati: due angeli quando si incontrano si riconoscono sempre se riescono ad annusarsi e sfiorarsi sulle punte delle labbra. Lei prende la sua mano e la stringe un poco tra le sue; se la porta nel calore del suo grembo, in mezzo alle coscie abbronzate, liscie, ora chiuse, qualche centimetro poco sotto l'ombelico. Lui ha un sussulto di calore e tutto dentro si scalda, potrebbe ricominciare a fare l'amore con lei subito, però non vuole farlo.. è troppo spirituale il legame che si sta formando adesso tra di loro, è quasi visibile: lui si è aperto, come se avesse finalmente trovato la sua altra parte, come di fronte a Dio. E le ha parlato del suo sogno della sua visione.

Shirley: - Parlami di quello che provi quando balli -

Giacomo: - Mi dispiace.. non so se ci riesco.. Le parole, non bastano. Non c'e' un pensiero solo che lo possa esprimere.. ecco, è come dire che sogno però sono sveglio.. mi guardo attorno e ho voglia di sognare ancora. Respiro ed è vero.. è bello come la vita.-

White Clay

mercoledì 13 aprile 2011

Kire

Saranno da poco passate le 4 di mattina e qualcosa mi sta trascinando via dal sonno.. è un rumore sordo vibrante e in sottofondo c'è una leggera musichetta.. Apro gli occhi e vedo una luce lampeggiare sul comodino della mia camera da letto: "Cavolo è il cellulare". Coincidenza erano un po' di notti che non riuscivo a capire perchè me lo scordassi acceso: chi lo sa, forse era per questo.. senza saperlo forse stavo aspettando una telefonata da non so chi.. Annaspo tra lenzuola e coperte e cerco di raggiungere il bordo del letto: provo a mettere a fuoco il display del telefono ma la luce del visore è troppo intensa per le mie pupille dilatate, mi abbaglia. Strizzo un pò le palpebre e riesco a decifrare la scritta -Numero Privato-.
"Porca miseria" - penso tra me e me.. qualcuno che ha sbagliato numero o della pubblicità registrata.. sto per spegnerlo quando lo stesso pensiero inconscio che mi ha fatto lasciare il cellulare acceso nelle ultime notti ora mi dice che devo rispondere. Mi sdraio col cellulare in mano, pronto a metter giù subito o a spegnerlo se si fosse trattato di notizie poco interessanti. Premo il tasto verde e dico con il tono di voce più assonnato che ho: "Proonto".
Sento qualche istante di interminabile silenzio dall'altra parte, ma anche un accentuato fruscio costante di fondo che mi fa pensare ad una telefonata che arrivi da lontano. Attendo qualche secondo che mi sembrano lunghissimi e poi dall'altra parte del ricevitore sento una parola che non sentivo più da molto tempo: "Kire!". 
Non ci posso credere.. saranno almeno 8 anni che non sentivo questa parola e solo una persona su sei miliardi che siamo su questo pianeta poteva dirla a me e alle 4 del mattino. Subito penso e spero che sia uno scherzo, che l'abbia detta per rompere il ghiaccio dopo tanto tempo che non ci sentivamo.. "Simone Mago sei tu????" - "Si, eheheheh.. Quanto tempo eh?" - Parla con un filo di voce quasi non dovesse farsi sentire - "Mio Dio, non ci posso credere!! Lo sai che qui è notte vero?" - "Si, lo so.. Kire, qunando vuoi tu" - mi risponde. Scoppio a ridere, forse queste sono le uniche 4 lettere che potevano farmi ridere in questo periodo e a quest'ora della notte. Dal tono di voce mi sembra però che non stia scherzando.. Continua: "Ho poco tempo e non posso farmi sentire ora, prenditi il tempo che devi, ma ti prego, fammi sapere se puoi,voglio andarmene da qui." Io ancora ho la testa confusa dal sonno e dalla sorpresa, ma capisco dalla tonalità del suo parlare che c'è qualcosa che non va, e che non puo' prolungare la conversazione più di tanto. Gli rispondo - "Cazzo!! davvero Kire?" per essere sicuro di quel che dovrà essere del mio futuro, anche se un pò, sotto sotto, mi scappa da ridere.. "Se puoi ancora.. si, altrimenti fammi sapere. ora ti devo lasciare, poi ti spiego, spero di vederti presto.." - "Ok, va bene.. ti faccio sapere.. domani ti scrivo una mail.. Sai cosa..? Può anche darsi che vengo." - "Hermano, ora devo riagganciare, poi ti spiego" - e riattacca.

In giapponese "kire" significa "uccidimi": ma questa parola d'ordine fu coniata invece in un momento di estrema allegria. Tra le chiacchere che si fanno a volte a tavola con gli amici, quelli veri, era anche capitato l'argomento che se uno dei due un giorno si fosse trovato in una siutazione dalla quale doveva/voleva scomparire, per i motivi più vari, non so.. problemi coniugali, di famiglia, d'affari, di natura introspettiva, avrebbe potuto usare questa parola in codice per farsi venire a salvare dall'altro, per poi scomparire assieme. Questo almeno fino che non si fosse formata una soluzione di vita alternativa per quello dei due in fuga, o per entrambi magari, chi poteva dirlo. Dopo 10 anni dalla prima volta che ho sentito nominare quest'espressione giapponese, ci sono stati diversi viaggi, miei e suoi: ed in ciascun viaggio cercavamo sempre a tempo perso, ma forse poi neanche tanto, una capanna sulla spiaggia, una stamberga, un rifugio a poco prezzo e ben isolato, nel caso in cui uno dei due avesse pronunciato il codice. Io il mio rifugio l'avevo già scelto, e se devo essere sincero un pensiero a ritirarmici anche da solo più di una volta ce l'avevo già fatto. Il mio nascondiglio si trova in Thailandia nella campagna lungo la costa a 15km nord di Puket. C'e una serie di piccoli bungalow sulla spiaggia, gestiti da un certo Renmei, col quale negli ultimi anni ho mantenuto ottimi rapporti. Con poco più di 120€ al mese mi lascia tenere un bungalow per il tempo che lo desidero, ed in quel paese un bungalow è tutto quel che si può desiderare per vivere una vita da sogno di fianco al mare. In pratica con 1.500€ all'anno si risolve il problema dell'alloggio, per il cibo ed il resto poco di più. Ho dei soldi da parte, e diciamo che in quel paese potrei ragionevolemnte vivere di rendita. Forse aspettavo questa telefonata da non so quanti anni: forse se non mi avesse chiamato lui l'avrei fatto io. Forse a 48 anni c'e' bisogno di ricominciare a vivere da zero, tutte le cellule del mio corpo l'hanno sempre saputo, magari da sempre o forse solo dall'ultima delusione. Qui non c'e' niente più che abbia urgente bisogno di me.. e anche se dovessi sparire un anno per cercare me stesso, nessuno mi denuncerebbe per questo. Mi corico un altro pò per dare il tempo alla circolazione di prendere il ritmo della veglia, ma chi ha più voglia di dormire ora? Mi alzo, accendo il Pc, mi lavo la faccia, e mi collego a internet. Il Pc sarà la mia chiave di uscita da questa realtà. Mando qualche mail alla gente con cui collaboro, mi collego al sito della Lufthansa e guardo i voli, prossima fermata Tsukuba, provincia di Tokio. Sarà una settimana un mese o dieci anni, ma credo che ora è il tempo di partire, ora è il tempo per il cambiamento che aspettavo. Ma tu pensa delle volte.. quattro lettere, due vite salvate. Kire!

White Clay

lunedì 7 febbraio 2011

Il ponte

Sento la pressione della sua fronte appena sopra il mio zigomo e so che le cose non vanno bene. Non so mai in che maniera mente, corpo e destino si siano intrecciati e a qual punto io li riuscirò poi a districare. Ho chiesto a lei se aveva voglia di ballare, e se potevo utilizzare la sua di voglia perchè io di mia non ne avevo molta. Sono riuscito a farla sorridere e mi ha detto di si. La musica è stupenda è la Milonga Brava di Francisco Canaro, ma per ballare la milonga bisognerebbe essere felici, ed io ora per rispetto a lei trovo il coraggio di esserlo di nuovo. La parte alta del mio busto inizia a muoversi guidata dalla musica e dalla gioia dei nostri corpi, che anche se ora è un pò impolverata dagli eventi sento che è ancora viva.
La mia preoccupazione più grossa sta nell'accanimento che anch'io conosco bene: l'accanimento verso un passato infelice, che ci ostiniamo a mantenere in vita perchè anche se ci fa male lo preferiamo all'incognito del nuovo, dell'inesplorato.. qualcuno da piccoli ci deve avere inculcato che tentare di salvarci è sbagliato, anche il solo provarci. Che cercare di cambiare la nostra situazione per quanto ci sembri orribile, è da evitare: non bisogna neanche provarci. E ci hanno insegnato La Paura, la tremenda Paura di ciò che c'e' la fuori, che bene non si sa cosa sia, ma che di sicuro ce l'avrà con noi, chissà poi perchè.. Maledetta sindrome di Stoccolma!! Però io ora che sono cresciuto so da me che qualunque cosa ci sia la fuori non è peggio dell'inferno che si può nascondere all'interno di un'anima troppo oppressa.

La gioia del ballo ed il ritmo della milonga mi chiamano, piano piano, o almeno io tendo l'anima perchè questo accada. Ma la felicità si puo' provare solo se è vera, non se è esteriore, di facciata. Penso dentro di me che  lei sarebbe disposta ad assecondarmi in questo momento di felicità dei corpi anche se dentro, la sua anima, si stesse struggendo di livore. Donne.. Questo però a me ora non va più bene.. non ho viaggiato mezzo mondo per essere ancora la persona inutile che sono sempre stato. Oso: le chiedo come va, so riconoscere uno sguardo disperato quando ne incrocio uno, sono un paziente anch'io. 
"Non ce la faccio più a lottare.. l'altro giorno volevo scriverti, ero disperata. Ci sono dei momenti che vorrei buttarmi giù da un ponte.."

E' peggio di quello che pensavo. Pensavo che la fase acuta fosse passata, e invece era stata solo messa una coperta sul fuoco, per non far vedere agli altri che la fiamma ardeva ancora. Ma la coperta era di panno, e anzi che spegnere il fuoco lo stava ora accrescendo e alimentando con la sua stessa lana. Donne.. Le parlo un po', le dico che deve scrivere, sempre e comunque. Se anche non a me, di quello che le passa per la mente,le dico che anche per me lo scrivere ha sempre fatto e sempre farà la differenza tra vivere e sopravvivere. E lei più di chiunque altro a questo mondo sa qual'e' la differenza tra vivere e sopravvivere. Non parlo più le parole sono inutili, ma la faccio sentire protetta tra le mie braccia. E' come se stesse per piangere mentre balliamo, appoggiata al mio viso mentre andiamo in ronda nel nostro stretto abbraccio: la sento tenerissima come fosse un pulcino appena uscito dal guscio, infreddolita, morbida, abbandonata, l'abbandono che solo può seguire a un lungo pianto. Solo un bambino che ha avuto un grande spavento e poi abbia trovato un angolo di rifugio può abbandonarsi in quella maniera, totale, senza più speranza e pertanto incondizionata. La vita, quella le era sembrata di doverla lasciare quando aveva visto l'inferno da vicino; se è viva o morta ora non lo sa più. Neanche gli interessa più, sà che comunque non è dipeso da lei se ora è qui oppure no, ha saputo di non avere il potere di decidere neppure della sua vita. E quando cominciamo a considerare l'essere a questo mondo come un caso fortuito, una mal strappata clemenza di altri, un capriccio del destino, ci distacchiamo dalla vita e la guardiamo in terza persona: perchè no, non possiamo permetterci di affezionarci troppo ad una cosa che ci possono portar via da un momento all'altro, per capriccio, per stizza, per ira, per dispetto. Sento le mie spalle molto calde e forti ora per via del ballo e dell'adrenalina che scaturisce dai miei sentimenti. Se ora entrasse un rapinatore, e sparasse in questa direzione, io non avrei nessuna esitazione nel mettermi tra il proiettile e lei per farle da scudo: morire cosi' sarebbe sensato e dolce. Le parole finiscono, la musica finisce, il ballo finisce, il mio pensiero rimane.

Chi sono io per aiutare qualcuno? Chi sono io per fare qualcosa? Che cosa posso fare io per aiutarla? Ormai tutti, ma quel che più conta io, so che non posso più non fare niente. Il problema è che benchè io ormai lo sappia fortemente, ancora non ho il coraggio di essere fino in fondo il pazzo che vorrei essere. Per ora pianifico ed agisco di strategia, il più delle volte almeno. E infatti agirò: lascerò i tempi al destino e le parole alla mia anima, che è da un po' ha stretto una segreta alleanza con la mia pazzia. E se Dio mi darà il coraggio e magari una briciola della sua forza, l'aiuterò, perchè sento di conoscere la soluzione: non conosco fino in fondo il problema ma sento fortemente dentro di avere la soluzione, o forse che il mio morire nel tentativo di aiutarla sarà comunque d'aiuto. L'alternativa d'altronde la conosco bene, impotente di fronte al male una altra volta? Nooo... non questa volta, non sono più la persona fragile che vi aspettavate di trovare, cari demoni che alloggiate nella mia anima. Ora sono lucido, e questa volta vi guarderò dritto negli occhi uno per uno, e vi chiederò che cosa volete, e non avrò più paura della paura. E loro mi saranno grati di questo perchè i demoni che vivono nell'oscurità dell'anima vogliono semplicemente essere capiti ed ascoltati, possibilmente con un sorriso del cuore: desiderano solo e anch'essi la loro piccola goccia di sole.

Chi sono io? Ora una risposta c'è l'ho. Io sono la lotta. Se il male mi ucciderà allora per un momento gli sembrerà di aver vinto, ma il mio esempio non scomparirà dagli occhi di chi ha visto. White Clay è il mio nome e so che arrendersi al male un'altra volta sarebbe peggio della morte, per cui non ho niente da perdere. "So chi ti ha fatto del male, e questa volta non sarà l'innocente a finire giù dal ponte".

White Clay